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La colonscopia, a cosa serve, chi deve eseguire questo esame

L’esame prevede una preparazione con lassativi per liberare l’intestino dal materiale fecale e permettere così la visualizzazione dei tessuti interni.

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La colonscopia è uno di quegli esami di controllo preventivo che, potendo, uno eviterebbe di fare. Eppure è un esame molto utile per individuare in tempo possibili problemi a livello intestinale. In questa intervista al Prof. Dino Vaira, Professore Ordinario all’università di Bologna, Dipartimento di Medicina Interna e Gastroenterologia, cercheremo di capire meglio cosa è la colonscopia, a cosa serve, chi deve eseguire questo esame.

Ci può aiutare a capire meglio questo esame, e perché è così importante?

La colonscopia è un esame che permette di osservare dall’interno la parte inferiore del tubo digerente ovvero retto, sigma, colon e quando indicato ileo terminale, allo scopo di diagnosticare o al contrario escludere la presenza di malattie infiammatorie croniche intestinali, diverticoli, tumori.

La colonscopia è infatti nota per essere utilizzata come strumento di diagnosi del carcinoma del colon retto.

Essendo un esame invasivo, non è ovviamente amato dai pazienti ma è molto utile in quanto permette oltre all’osservazione diretta dell’intestino anche l’esecuzione di biopsie (il prelievo di piccoli campioni di tessuto per l’analisi istologica) e di interventi chirurgici mini invasivi come l’asportazione di polipi.

L’esame prevede una preparazione con lassativi per liberare l’intestino dal materiale fecale e permettere così la visualizzazione dei tessuti interni. Oltre ai lassativi è bene non mangiare frutta e verdura nei 2-3 giorni precedenti l’indagine.

La colonscopia viene eseguita dal medico in collaborazione con l’infermiere introducendo progressivamente e delicatamente attraverso l’ano un sottile strumento flessibile tubulare contenente una piccola telecamera ed uno o più canali operativi attraverso i quali è possibile introdurre o aspirare gas o liquidi ed utilizzare vari strumenti come pinze da biopsie, aghi, dispositivi per il recupero di polipi etc. Durante l’esame è possibile avvertire pressione, gonfiore o qualche crampo ma in genere l’indagine è ben tollerata. Il medico spesso somministra sedativi e/o antidolorifici per aiutare il paziente a rilassarsi e a tollerare meglio gli eventuali disagi.

Si dice che un problema individuato durante un controllo di routine tramite colonscopia, quando ancora non vi siano altri sintomi, può molto spesso essere risolto. È vero, oppure si tratta di una leggenda metropolitana?

E’ vero la colonscopia può identificare e rimuovere lesioni precancerose prima che degenerino in cancro o anche piccoli tumori in situ prima che aumentino di dimensioni e infiltrino i tessuti adiacenti o addirittura invadano altri organi. In questo modo il paziente viene di fatto “guarito”. Va però ricordato, come si diceva prima, che la colonscopia è un esame invasivo e come tale comporta dei rischi seppur minimi.

Di conseguenza l’esecuzione di una colonscopia deve essere prescritta dal medico dopo un’attenta valutazione dell’anamnesi e del quadro clinico del paziente. Non ha senso sottoporre tutti indiscriminatamente a un esame endoscopico ma va valutato per ogni paziente il rapporto rischio/beneficio di eseguirlo soprattutto quando si parla di indagini rivolte allo screening.

La colonscopia è l’unico esame completo ed affidabile, oppure esistono anche altri esami meno invasivi che permettono di stabilire, con sicurezza, il grado di salute del nostro intestino? Stiamo parlando, in questo caso, della prevenzione del tumore del colon.

La colonscopia, ripeto, è l’unico esame che permette di vedere direttamente l’intestino, dal suo interno, e, allo stesso tempo, in caso di rilievi dubbi, eseguire un prelievo bioptico per analizzare la natura della lesione riscontrata. Ad esempio non tutti i polipi intestinali sono maligni: l’aspetto macroscopico, a partire dalle dimensioni, ci può dare delle informazioni ma è necessario indagare la natura istologica per poter formulare una diagnosi.

Esistono ovviamente altre indagini per studiare la salute dell’intestino.

Probabilmente la più conosciuta è la ricerca del sangue occulto fecale basata sul fatto che molte lesioni tumorali, fin dalle primissime fasi di sviluppo, possono determinare minimi sanguinamenti di cui il paziente non si accorge ma che possono essere svelati con questo tipo di esame. I campioni fecali possono essere raccolti a casa propria e consegnati al laboratorio: si tratta di un esame facile da eseguire, non invasivo, senza rischi per il paziente e poco costoso.

Il rovescio della medaglia è che può a volte risultare falsamente negativo (non tutte le lesioni tumorali sanguinano) o falsamente positivo (il sanguinamento può essere causato ad esempio dai diverticoli o dalle emorroidi o l’analisi viene alterata da una dieta ricca di carne o dall’assunzione di farmaci quali il coumadin). Il clisma opaco e la colonscopia virtuale sono invece delle indagini di tipo radiologico: permettono di studiare l’intero intestino previa una preparazione similare a quella per la colonscopia ma non di osservarlo dall’interno.

Di conseguenza piccole lesioni tumorali è più facile che possano passare inosservate anche se, le colonscopie virtuali, grazie all’evoluzione degli apparecchi TAC, sono sempre più affidabili. In tutti i casi quando la ricerca del sangue occulto fecale risulta positiva o le indagini radiologiche pongono un dubbio occorre eseguire la colonscopia tradizionale come approfondimento diagnostico-terapeutico.

Ci tengo a precisare che l’ecografia delle anse intestinali, la cui esecuzione è sempre più frequente, nel caso del carcinoma del colon retto non permette di “vedere” i piccoli polipi e quindi non è adatta per la diagnosi precoce di questa malattia. Ugualmente la ricerca nel sangue dei cosiddetti markers neoplastici non va considerata come un esame di screening ma viene prescritta dal medico solo in particolari condizioni a completamento del percorso diagnostico o nel follow up della malattia.

Chi dovrebbe sottoporsi a questo esame, e ogni quanto andrebbe ripetuto?

Lo screening del carcinoma del colon retto viene proposto a donne e uomini a partire dai 50 anni di età e prevede la ricerca del sangue occulto nelle feci ogni due anni.

Se il test risulta positivo occorre eseguire la colonscopia: in base al riscontro o meno di lesioni e di che tipo vengono eseguiti i successivi controlli endoscopici e non. Questo vale per la popolazione generale: in caso di familiarità per carcinoma del colon retto il medico propone controlli più ravvicinati e precoci, anche a partire dai 40 anni. Sempre in generale una colonscopia negativa ci rassicura sulla salute del nostro intestino per 10 anni.

Ovviamente, come si accennava prima, la colonscopia non viene eseguita solo per lo screening del carcinoma del colon retto ma può essere prescritta dal curante anche nel sospetto di altre patologie. Anche la sindrome dell’intestino irritabile, ad esempio, può prevedere l’esecuzione di una colonscopia all’interno dell’iter diagnostico.

Ringraziamo il Prof. Dino Vaira, Professore Ordinario all’università di Bologna, Dipartimento di Medicina Interna e Gastroenterologia, Ospedale S. Orsola via Massarenti 9, Bologna

In collaborazione con MARGHERITA.NET

Alessio Cristianini per Margherita.net

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