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| Parliamo di omosessualità, bisessualità, omofobia...
Parliamo
di omosessualità, bisessualità, omofobia... Se ne
parla tanto in questi tempi, forse perché i media hanno deciso
di puntarci sopra i riflettori, ma omosessualità e omofobia sono
da sempre dei temi scottanti che dividono, imbarazzano, infiammano, suscitano
condanne o timide giustificazioni a seconda delle situazioni, dei ruoli,
dei momenti storici.
Argomenti ai quali non è facile avvicinarsi senza rischiare di
cadere nella banalità, o nei preconcetti, siano essi pro o a favore.
Per cercare di affrontare in maniera purtroppo parziale (libri interi
non bastano) ma - speriamo - seria ed obiettiva, abbiamo posto alcune
domande al prof. Davide Dettore, Professore associato di Psicologia Clinica
presso il Dipartimento di Psicologia dell'Università degli Studi
di Firenze, e dell'Istituto Miller a Genova e Firenze.
Questo il risultato delle nostre domande e delle approfondite risposte
del professor Dettore sull'argomento omosessualità, bisessualità
e - 'in cauda' - leggi a tutela dall'omofobia.
Una domanda che pare banale, ma che potrebbe
porsi una persona che non è cresciuta 'avvolta' nel nostro tessuto
culturale, religioso, sociale. Parlo dell'Italia di oggi e in tutti gli
ambiti, da quello politico a quello religioso, dalla famiglia all'ambiente
di lavoro. Perché l'omosessualità suscita reazioni e opinioni
così forti, a volte violente ed estreme, nella nostra società?
In realtà in nessuna cultura e in nessuna epoca il comportamento
omosessuale di qualsiasi tipo è stato del tutto accettato. Solitamente,
quando era accettato, veniva ammesso (e in talune società addirittura
reso obbligatorio) solo un determinato tipo di comportamento omosessuale,
non tutti i comportamenti omosessuali. Nell'antichità classica,
greca soprattutto ma anche romana, veniva in genere accettato il rapporto
omosessuale fra un uomo adulto e un giovinetto adolescente, oppure fra
un uomo adulto e uno schiavo. Ma in ogni caso l'uomo adulto aveva il ruolo
attivo e il giovinetto e lo schiavo quello passivo.
Questo in quanto nell'antichità la virilità di un uomo
non si valutava in base al sesso del proprio partner sessuale, ma in base
al fatto che il maschio aveva più potere rispetto al suo partner
sessuale (donna, giovinetto o schiavo che fosse) e aveva il ruolo attivo.
Per cui non è vero che nell'antichità classica non ci fosse
omofobia, essa era rivolta agli uomini che preferivano il rapporto sessuale
con altri uomini in un ruolo passivo, per questi c'erano parole ingiuriose
e venivano disprezzati, in quanto non si adeguavano al ruolo maschile
che doveva essere dominante e non dominato. Tale posizione è rimasta
in parte anche nella nostra cultura: alcuni uomini che hanno rapporti
con altri uomini assumendo il ruolo attivo possono non considerarsi omosessuali.
In altre culture l'omosessualità è accettata solo in certe
fasi di vita (per es. in gioventù), in certi rapporti di ruoli
(spesso come nell'antica Grecia fra uomini adulti e giovinetti) o per
certi ruoli sociali (stregoni, sciamani, ecc.). L'omosessualità
femminile, sempre più nascosta e meno frequente rispetto a quella
maschile, è sempre stata meno rilevata e meno svalutata, anche
se non necessariamente veniva approvata esplicitamente.
Quindi come si vede non è vero che l'omosessualità in altri
paesi o culture è stata tout court accettata senza limitazioni;
l'omofobia, specifica per certi tipi di rapporti omosessuali, c'è
sempre. Fondamentalmente l'omosessualità maschile è stata
temuta in quanto pericolosa svirilizzazione del maschio che assume una
posizione passiva inadeguata al suo ruolo; la religione cristiana l'ha
condannata in quanto comportamento "disordinato", che va contro
le posizioni naturali e quindi pericolosa per l'ordine sociale e morale.
Perché alcune persone manifestano sin
da subito un orientamento chiaramente omosessuale, mentre altre lo sviluppano
nel corso della vita, magari dopo un matrimonio e dei figli? Questa
domanda si lega al problema di quali siano le basi dell'omosessualità.
Attualmente vi è una certa tendenza a considerare l'omosessualità
come in gran parte basata su basi biologiche, per cui dovrebbe essere
presente fin da subito; nei casi in cui appare più tardi si tratterebbe
di persone che l'hanno inizialmente mascherata o hanno sperato, per esempio
sposandosi, di riuscire a mutare il proprio orientamento sessuale. Questo
discorso è più adeguato per i maschi; l'orientamento sessuale
delle donne è meno prefissato e può mutare nel corso della
vita anche transitoriamente.
Pur essendo molto difficile quantificare e
'dare dei numeri', possiamo chiederle di aiutarci a capire quale potrebbe
essere la percentuale di popolazione - maschile e femminile - omosessuale
in Italia? Attenersi puramente ai numeri delle statistiche ufficiali ed
alle risposte degli intervistati potrebbe essere poco indicativo della
realtà. Purtroppo non si può che attenersi alle statistiche
ufficiali, non italiane, comunque. Si ritiene che circa il 4% della popolazione
maschile e il 2% di quella femminile abbiano comportamenti pressoché
esclusivamente omosessuali; se si prendono in considerazioni esperienze
occasionali le percentuali aumentano moltissimo.
Omosessualità e bisessualità
sono spesso assimilate, nell'immaginario collettivo, eppure si tratta
di due orientamenti diversi... In realtà nessuno è
esclusivamente eterosessuale od omosessuale; tutti noi ci poniamo lungo
un continuum che va da un tipo ideale di eterosessuale esclusivo (che
non esiste) via via attraverso gradi di eterosessualità a soglia
sempre più bassa di omosessualità, fino a un ideale bisessuale
(che non esiste, anche i bisessuali di solito hanno una lieve preferenza
per un sesso o l'altro), e poi si prosegue con omosessuali a soglia sempre
più alta di eterosessualità fino all'omosessuale esclusivo
(che anch'esso non esiste). Quindi ciascun eterosessuale ha una soglia
più o meno bassa di omosessualità, cioè potrebbe
avere comportamenti omosessuali in particolari situazioni (per esempio
estreme, come carceri o isolamento), ed egualmente un omosessuale avrebbe
una soglia più o meno bassa di eterosessualità, per cui
in particolari situazioni potrebbe avere rapporti eterosessuali.
In questo periodo si parla molto di 'omofobia'
e leggi contro l'omofobia. Proteggere per legge una realtà - di
qualsiasi tipo - senza che vi sia una crescita nella coscienza comune
ed una progressiva accettazione non potrebbe sortire un effetto opposto
a quello che si vorrebbe, forse, ottenere? In effetti proteggere
una minoranza talvolta produce un effetto di discriminazione al contrario,
che è controproducente. Il problema è simile alle quote
rosa, alla protezione delle minoranze di colore, eccetera. Si dovrebbe
favorire un cambiamento culturale piuttosto che fare leggi protettive.
Un essere umano ha i suoi diritti perché è un essere umano,
non perché è una donna, una persona di colore od omosessuale,
almeno secondo il mio parere.
Grazie
Alessio Cristianini | Adversus
27 ottobre 2009
Si ringrazia il prof. Davide Dettore
Professore associato di Psicologia Clinica
Dipartimento di Psicologia
Università degli Studi di Firenze
Istituto Miller, Genova e Firenze
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