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guerre
Intervista
a Linda Polman su aiuti umanitari, disastri naturali e guerre
Linda Polman è una giornalista e scrittrice olandese. I suoi
articoli appaiono, tra l'altro, su testate internazionali come 'The
Times' e 'The Guardian', oltre che sui quotidiani olandesi 'NRC Handelsblad'
e 'Volkskrant'. Linda Polman si occupa da lungo tempo e in prima persona,
con le sue inchieste giornalistiche e con i suoi libri, degli 'aiuti
umanitari' nelle zone di guerra (guerre 'umanitarie' s'intende) o in
quelle colpite da carestie o disastri naturali.
Si occupa, soprattutto, di tutto ciò che ruota intorno alla
enorme quantità di denaro ufficialmente destinata ad aiutare
chi ne ha bisogno, ma che purtroppo a volte prende direzioni molto 'strane',
o viene usato per scopi ben diversi e molto meno nobili. Dove ci sono
i soldi, purtroppo, c'è il business. E il business sulle sofferenza
e sulla miseria umana è forse uno dei più redditizi.
Nel suo ultimo libro, "L'industria della solidarietà"
edito da Bruno Mondatori, Linda Polman parla di situazioni molto vicine
a quelle che stanno drammaticamente vivendo - e che a noi giungono distorte
per interposta televisione - in quella sciagurata parte del mondo che
si chiama Haiti. Sciagurata già prima del disastroso terremoto
del gennaio 2010. Ringraziamo Linda Polman per avere accettato il nostro
invito ad essere intervistata da Adversus.
Facciamo una piccola e doverosa premessa. Quanto descritto più
avanti non significa che "tutti" gli aiuti umanitari facciano
una strana fine, né che non si debba cercare di aiutare chi ha
bisogno. Anzi.
Significa però che - purtroppo - la buona fede di molti viene
troppo spesso e troppo volentieri abusata. E quello che è peggio,
sulla pelle di centinaia di migliaia se non milioni di persone. E significa
anche che quando ci parlano di 'guerre umanitarie' (Orwell si sta sbellicando
dalle risate, dovunque si trovi in questo momento...) è interessante
sapere da dove proviene una parte dei budget di guerra, e come questi
vengono utilizzati.
I disastri naturali come un terremoto, o quelli causati
dall'uomo come una guerra, sono drammi di incalcolabili proporzioni per
chi ne è vittima. Purtroppo sono anche un'opportunità di
business per chi a volte usa la copertura di termini come 'aiuti umanitari'
o addirittura 'occupazione militare umanitaria' per mascherare attività
di diversa natura. Lei ha una grande esperienza in materia, e scritto
anche un libro sull'argomento 'L'industria della solidarietà',
può dirci se la nostra affermazione qui sopra ha una base di verità,
e aiutarci ad inquadrare il problema in maniera chiara e sintetica?
Per lo sviluppo dei paesi, e per le emergenze i cosiddetti 'paesi donatori'
mettono a disposizione circa 130 miliardi di dollari ogni anno. Donatori
privati, chiese, fondazioni ecc. aggiungono a questi ogni anno ancora
centinaia di milioni di dollari. Si stima che 37.000 organizzazioni internazionali
di aiuto si siano in competizione tra di loro per poter aiutare a spendere
la parte più grande possibile di questi budget. I budget crescono
(nonostante la crisi economica) e così anche il numero delle organizzazioni
umanitarie.
Gli aiuti per lo sviluppo e per le emergenze sono diventati delle vere
e proprie industrie internazionali, e le organizzazioni di aiuto sono
delle società con interessi commerciali, concorrenti con cui confrontarsi,
e contratti che devono essere conquistati. I rami che crescono più
velocemente nell'industria dell'aiuto sono i consiglieri occidentali (Technical
Assistants o come si dice nell'ambiente TA's). Questi vengono impiegati
dai donatori e pagati con i budget destinati allo sviluppo. Già
solo in Africa si stima che lavorino un centinaio di migliaia di TA's
in tutti i possibili campi, dalla democratizzazione, all'agricoltura,
all'economia, dai mercati del cotone ai livelli delle acque sotterranee.
Le ditte per le costruzioni svolgono per i donatori tutti i possibili
progetti di ricostruzione in guerra e nelle zone colpite da disastri,
come la ricostruzione di ponti distrutti e aeroporti. Se questo ambiente
costituisce già di per sé un settore sensibile alle frodi
nei paesi stabili ed organizzati, nei paesi che vivono nel caos, nell'assenza
di leggi nelle zone dei disastri, dove sono limitate le possibilità
di controllo vale il seguente detto: "La cattiva qualità si
nasconde sotto uno strato di intonaco".
Un terzo ramo che cresce velocemente nell'industria della solidarietà
sono i ministeri della difesa nei paesi donatori. Dalle 'guerre umanitarie'
in Iraq e Afghanistan dove gli eserciti occidentali hanno 'liberato i
popoli dai dittatori' vengono affidati ai militari dei compiti di sviluppo
e di aiuto. Questo si chiama 'conquista del cuore e delle menti' delle
popolazioni locali, ammorbidendoli attraverso progetti di aiuto: i soldati
costruiscono un pozzo o riparano il tetto di una scuola. In media il 60%
dei 130 miliardi di dollari degli stati donatori - cioè 78 miliardi
di dollari, viene in questo modo dato a ditte, consiglieri e militari
dei paesi donatori.
Nel caso di Haiti si sono mossi a tutti i livelli,
dai cantanti agli attori alle solite organizzazioni internazionali pubbliche
e private. Generalizzare vuol dire sbagliare, dicono in Italia. Non generalizziamo,
ma le chiediamo, solo come ipotesi, che direzione potrebbe prendere una
parte dei soldi raccolti per Haiti se le cose dovessero andare in maniera
simile a come sono andate in passato in altre situazioni, di cui lei ha
conoscenza diretta e provata.
Haiti è il giardino dietro casa degli Stati uniti. Gli aiuti a
Haiti sono e sono sempre stati principalmente una questione del governo
americano. Il 70-80% di tutti gli aiuti americani nel mondo, e dunque
anche ad Haiti, viene sempre pagato alle organizzazioni americane, ai
fabbricanti americani, ai costruttori americani, e ai consiglieri americani
con stipendi americani. Scendono anche in campo centinaia, se non migliaia
di piccole e grando NGO (Non Governmental Organizations ndr) dall'Europa
e dall'America latina, che si mettono tutte quante a realizzare i loro
progetti e progettini.
Come sempre una parte dei soldi è destinata alle organizzazioni
stesse (costi di gestione) e una parte dei soldi evaporerà perché
non proprio tutte le organizzazioni hanno competenze nel campo. Se dobbiamo
basarci sui risultati degli aiuti ad Haiti prima del terremoto non dobbiamo
aspettarci molto. L'America ha pompato negli ultimi decenni già
un paio di miliardi di dollari, ma Haiti è rimasta una delle zone
più povere del mondo.
Qualcuno parla - timidamente - di 'occupazione militare
di Haiti' da parte dell'esercito U.S.A. Le smentite, anche ad altissimo
livello e piuttosto stizzite, non si sono fatte attendere. Lei cosa ne
pensa? Quale è la sua personale opinione su questo punto?
L'esercito americano è piombato ad Haiti senza consultare il governo
haitiano, dunque formalmente è stata una invasione, e si tratta
di una occupazione. Ma l'America farà durare l'occupazione per
il tempo più breve possibile e nel frattempo si occuperà
principalmente della protezione dei cittadini americani (i soccorritori,
e gli uomini d'affari che già abitavano ad Haiti e che adesso arriveranno
in grandi quantità) e degli interessi americani (prevenire che
il caos diventi troppo grande e che sempre più 'boat people' cerchino
di raggiungere Miami). L'America non ha intenzione di 'colonizzare' Haiti.
La responsabilità su una zona problematica e 'sporca' come Haiti
non fa assolutamente parte delle ambizioni americane.
Grazie
Ringraziamo Linda Polman per la disponibilità e vi
invitiamo a visitare il suo sito ufficiale http://www.lindapolman.nl
Alessio Cristianini | Adversus
3 febbraio 2010
Le opinioni espresse nelle interviste appartengono all'intervistato/a
e non rispecchiano necessariamente quelle di Adversus (che spesso e volentieri
sono ancora più critiche e negative di quanto espresso dagli intervistati...)
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