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La prostituzione, intervista al Prof. Stefano Becucci e alla Prof.ssa Eleonora Garosi

Quella della 'prostituzione' è una questione complessa, annosa, dai risvolti molto spesso drammatici, che non è facile, per la grande maggioranza delle persone, affrontare e comprendere in maniera obiettiva. Eppure è una questione molto più vicina di quanto si pensi. Sicuramente una realtà che ci riguarda molto più di quanto si possa, o si voglia, immaginare. Mi fermo qui, prima di dire qualche banalità.

Lascio la parola ai professori Stefano Becucci (che insegna Sociologia della devianza e Sociologia delle migrazioni presso il Dipartimento di Studi Sociali dell'Università di Firenze) ed Eleonora Garosi dell'Università di Torino, autori di "Corpi globali. La prostituzione in Italia" edito dalla Firenze University Press nel 2008. Abbiamo inviato loro alcune domande sulla questione della prostituzione, ecco le loro risposte.

Vorremmo iniziare l'intervista cercando di inquadrare la prostituzione in contesto storico. Viene definita - probabilmente a ragione - il mestiere più antico del mondo...

(Eleonora Garosi) Considerare la prostituzione come un mestiere, un'attività di natura sessuale svolta in cambio di una ricompensa economica, implica già un punto di vista situato sul fenomeno. Tale interpretazione mi pare riduttiva per due ordini di motivi: da un lato, nasconde l'eterogeneità dei comportamenti che sono stati definiti come prostituzione, dall'altro tende a descrivere la prostituzione come un fatto naturale (appunto "il mestiere più antico del mondo"), celando le disuguaglianze sociali e di genere che ne favoriscono lo sviluppo.

Innanzitutto, non esiste una definizione univoca di cosa si intenda per prostituzione: si tratta di un fenomeno sociale definito in maniera differente a seconda dei contesti geoculturali e dei periodi storici.

Diversi studi antropologici hanno fatto luce sulla varietà di comportamenti sociali che possono essere classificati come prostituzione. Gli Irigwe della Nigeria, ad esempio, riconoscono alle donne il diritto di avere più mariti: il padre riceve il prezzo della sposa da ciascun pretendente e concede la figlia a ognuno di loro per un certo tempo. Nel caso la donna decida di restare con uno solo dei mariti viene considerata una prostituta, compromettendo così la sua reputazione.

resso gli Hima dell'Uganda le donne sposate hanno l'obbligo di servire sessualmente tutta la parentela agnatica del marito (ovvero il padre e i suoi fratelli, compresi eventuali figli di altro letto dello sposo), i suoi amici, gli alleati e coloro coi quali l'uomo voglia mantenere buone relazioni. Qualora la donna abbia relazioni sessuali con altri uomini, specialmente al di fuori dell'accampamento, senza aver ricevuto ordini dal marito diventa una prostituta. Tra i Manus della Nuova Guinea viene definita come prostituta la prigioniera di guerra che, senza scelta e senza remunerazione, deve servire sessualmente l'intero gruppo degli uomini.

Nell'Occidente contemporaneo siamo abituati a pensare alla prostituzione come uno scambio tra servizi sessuali e denaro, una transazione economica che avviene nel contesto di un mercato diversificato per domanda, offerta e tipologia di servizi. Eppure anche nella storia dell'Occidente non sono mancati esempi di tipi differenti di prostituzione, come nel caso della prostituzione sacra esercitata occasionalmente sotto forma di rituale religioso o in maniera abituale da una classe di sacerdotesse del tempio, che offrivano servizi sessuali in cambio di denaro. Con lo sviluppo dei processi di urbanizzazione nel mondo antico, la prostituzione si secolarizza perdendo la sua dimensione di sacralità. Nell'antica Grecia le etere destinavano le loro prestazioni sessuali a uomini potenti, di cui divenivano sovente consigliere e concubine; erano persone colte e libere, non sottoposte alle convenzioni sociali che regolavano la vita delle altre donne.

Nel Medioevo, con il diffondersi dell'ortodossia cattolica, le prostitute vengono tollerate come "male necessario", che permette di dare sfogo agli istinti sessuali degli uomini al di fuori del matrimonio, preservando la purezza delle spose. Si riuniscono nelle case di tolleranza e vengono rese riconoscibili con segni esteriori (abbigliamento, trucco, tatuaggi) che le distinguono dalle donne oneste, di cui contribuiscono a mantenere l'onore: esse sono, infatti, teoricamente obbligate a denunciare i mariti adulteri, devono soddisfare i forestieri affinché non importunino le donne del luogo e denunciare le spose depravate, minacciando di portarle al bordello. Attualmente, le persone che si prostituiscono fanno parte di un settore produttivo dell'economia informale: la sessualità è diventata una merce.

La prostituzione, dunque, assume sfumature e accezioni differenti a seconda dei contesti storici e geoculturali in cui si sviluppa.

In Italia, oggigiorno, la maggior parte delle persone che si prostituisce sono donne, che offrono servizi sessuali agli uomini. Tra quante si prostituiscono, alcune scelgono di dedicarsi liberamente a questa attività, mentre altre vi sono costrette con mezzi più o meno coercitivi e violenti. La maggior parte di queste persone vende servizi sessuali per motivi di ordine economico; tra di loro vi sono numerose immigrate per le quali la prostituzione può rappresentare una risorsa temporanea atta a migliorare le proprie condizioni di vita. Questa tipologia di prostituzione è profondamente iscritta in un contesto storico e culturale caratterizzato da disuguaglianze economiche tra diverse classi di popolazione, differenze di genere che relegano le donne in posizioni di svantaggio sociale ed economico, e da una mercificazione generalizzata di molteplici aspetti della vita, tra cui la sessualità.
Parlare di prostituzione oggi, dunque, vuol dire ragionare sui rapporti di potere, sulle relazioni tra i generi, sulle disuguaglianze sociali ed economiche che caratterizzano gli attori coinvolti.

Perché nella cultura occidentale di oggi la prostituzione ha assunto una connotazione così negativa pur continuando ad essere una pratica estremamente diffusa e altrettanto richiesta? (non ci stiamo riferendo allo sfruttamento della prostituzione - di cui le chiederemo più avanti - ma all'attività praticata come libera scelta)

(Stefano Becucci) La prostituzione intesa come libera scelta assume senza dubbio connotazioni negative. Ciò dipende in primo luogo dal fatto di considerarla, quando la intendiamo in questi termini, come un atto lesivo della propria sfera personale, come se le relazioni sessuali non potessero, né dovessero essere comprese all'interno di logiche economiche. La mercificazione delle relazioni sessuali rappresenterebbe così un danno sia per chi ricerca questi servizi che, in particolar modo, per chi rivendica l'esercizio della prostituzione come una prestazione professionale alla stregua di qualsiasi altra. Di fronte a relazioni sociali che sovente si orientano secondo logiche di scambio, è in tal senso opinione diffusa interpretare la mercificazione dei rapporti sessuali (ma anche il quantum di investimento emotivo che essi comportano), come il superamento di un limite non oltrepassabile. Per molte persone, accettare scelte di questo tipo vorrebbe dire infrangere l'ultimo baluardo a difesa di una intimità non negoziabile, né sottoponibile a logiche di scambio materiale, contrariamente a quanto avviene per altre dimensioni della vita sociale, come ad esempio la sfera professionale, quella economica propriamente detta o altri comportamenti in cui Ego e Alter si mettono in gioco traendo un vantaggio reciproco dallo stabilire assieme una qualsiasi forma di transazione. Tuttavia, bisogna anche riconoscere che valutazioni di questo tipo risentono di una certa ipocrisia sociale, visto che quotidianamente, attraverso la promozione pubblicitaria e vari programmi televisivi, assistiamo sistematicamente alla mercificazione dei corpi, sia femminili che maschili.

A condizione che si parli di adulti capaci di autodeterminarsi, la prostituzione come libera scelta dovrebbe comunque essere accettata. Semmai, la questione rilevante cade proprio sul considerare o meno la prostituzione come libera scelta e non, come spesso accade, una "scelta" dettata dall'impossibilità di intraprendere altre opportunità, accettate socialmente. Almeno per l'Italia, ricordiamo che coloro i quali rivendicano pubblicamente la professione di sex worker rappresentano un numero ridotto di persone Il primo riferimento che viene in mente a questo proposito è il Comitato per i diritti civili delle prostitute, costituito a Pordenone nei primi anni ottanta da alcune prostitute militanti che, per quanto particolarmente attivo e conosciuto su scala nazionale ed europea, raccoglie un numero limitato di aderenti, se paragonato a tutti coloro che offrono servizi sessuali a pagamento in Italia.

In conclusione, possiamo ritenere che il miglioramento delle generali condizioni socio-economiche determina una diminuzione di persone (appartenenti a quel paese) impiegate nel mercato dei servizi sessuali a pagamento. Leggendo le testimonianze e i resoconti di varie pubblicazioni redatte nel corso degli anni sessanta in Italia, molte delle donne coinvolte nella prostituzione vivevano una difficile situazione personale. Sprovviste di adeguati mezzi economici, emigrate dal Sud verso il Nord, dal Veneto o dai paesi rurali della Bergamasca verso le grandi città del Nord d'Italia, erano sole, prive di legami sociali e sostegni significativi. Per questi motivi, molte di loro accettavano di prostituirsi perché ritenevano di non avere a disposizione alternative altrettanto vantaggiose. Il miglioramento generale delle condizioni di vita ha determinato, di pari passo, la consistente riduzione del numero di donne italiane inserite in tale attività.

In seguito, nel corso degli anni ottanta, esse sono state sostituite da giovani straniere provenienti da vari paesi dell'Africa e dell'Est Europa. Il loro arrivo in Italia è in larga parte riconducibile alla difficile situazione economica vissuta nel paese di origine. Come anche, in particolar modo, al fatto di percepire il luogo in cui vivono come privo di sbocchi adeguatamente vantaggiosi, nel momento in cui lo confrontano con le potenziali opportunità esistenti nei paesi occidentali. Per questo, centinaia di migliaia di donne emigrano nelle aree più ricche e benestanti del pianeta alla ricerca di un futuro migliore.

Sempre parlando della prostituzione come libera scelta, la prostituzione ha una funzione sociale molto importante, anche se si fa fatica ad ammetterlo apertamente. Condivide questa interpretazione e quali sono - se lei ritiene che ce ne siano - le funzioni 'positive' che questa 'professione' svolge?

(Eleonora Garosi) La libertà o meno di scelta nell'esercizio della prostituzione non è una variabile rilevante, a mio avviso, nel definirne le funzioni sociali. Se riteniamo, ad esempio, che la prostituzione consenta di soddisfare le fantasie sessuali non esaudite in un rapporto di coppia, il fatto che sia una donna sfruttata o una escort di lusso a appagarle non è significativo. Negare utilità sociale alla prostituzione forzata è assolutamente condivisibile, ma occorre essere consapevoli che anche questa forma di prostituzione può avere una qualche funzione sociale.

Il fenomeno della prostituzione, poi, è così articolato e variegato che risulta difficile individuarne una sola funzione. Quali possono essere, allora, le funzioni sociali della prostituzione? Soddisfare gli istinti sessuali di quanti non trovano appagamento all'interno delle relazioni affettive? Sperimentare attività sessuali non socialmente accettate come ad esempio il sado-masochismo? Fornire un servizio sessuale a quanti sono a rischio di esclusione dalle relazioni sessuali, come può essere il caso di alcune persone disabili? Svolgere una funzione vicaria delle relazioni affettive in un mondo dove i rapporti sono sempre più impersonali e dove è possibile comprare qualunque tipo di servizio? Configurarsi come una risorsa occupazionale remunerativa per alcune classi di popolazione? E tra queste quali sono le funzioni che possiamo considerare positive?

Una prima funzione positiva della prostituzione in quanto scelta soggettiva risiede nel fatto di configurarsi come una risorsa individuale per migliorare la propria condizione economica. Per alcune donne la prostituzione può rappresentare un mezzo di auto-promozione e di miglioramento economico. Può configurarsi come una forma di lavoro laddove sia riconosciuta come professione legittima, una potenziale fonte di autonomia ed emancipazione per le donne, uno strumento per l'avanzamento sociale ed economico delle persone impiegate in questo mercato. Anche in questi casi, tuttavia, occorre tener conto delle condizioni strutturali che influiscono sulla scelta di prostituirsi liberamente, e mi riferisco alle disuguaglianze di genere, status, classe sociale e appartenenza "etnica". Stiamo sempre parlando di persone che possono scegliere senza imposizione da parte di terzi di intraprendere l'attività di prostituzione, ma che partono da posizioni di svantaggio sociale per il fatto di appartenere, ad esempio, ad un certo genere (di solito quello femminile, incluso il caso delle donne transessuali), ad una certa classe d'età, ad una certa "etnia".

Per alcune la prostituzione può diventare una risorsa verso una maggiore libertà sessuale delle donne. Al pari di altri casi di mercificazione del corpo, come la pornografia, la prostituzione può essere considerata e agita come una forma di resistenza creativa e di sovversione culturale rispetto al dominio maschile. Occorre tuttavia riconoscere che tale interpretazione rappresenta una posizione d'avanguardia che caratterizza perlopiù un'élite di donne, politicizzate e femministe. In un certo senso, esse rovesciano lo stigma legato alla prostituta, ne fanno un'icona e se ne appropriano per criticare i modelli di femminilità e di sessualità convenzionali, promuovendo una visione della sessualità libera da vincoli formali e schemi culturali.

Dal punto di vista di chi ne usufruisce, la prostituzione può rispondere a una serie di bisogni soggettivi (ricerca di affetto, relazioni sessuali non convenzionali, realizzazione di fantasie, etc.) che trovano soddisfazione nella compravendita di servizi sessuali.

Continuo a rimanere scettica, invece, sulle funzioni sociali positive della prostituzione. Se, infatti, è possibile individuare un'utilità soggettiva per le persone che si prostituiscono e per quanti ne acquistano i servizi, dal punto di vista sociale mi pare che la prostituzione si inscriva in un contesto di disuguaglianze strutturali di genere, economiche e sociali che non permettono di individuarne una funzione positiva.

Lei è Professore di 'Sociologia della devianza' all'Università di Firenze, ed autore del libro "Corpi Globali" (che affronta il fenomeno della prostituzione in Italia) e quindi ha una visione molto chiara del fenomeno della prostituzione in Italia. Può aiutarci ad inquadrare la situazione 'italiana', la diffusione del fenomeno in Italia, i flussi migratori che riguardano il nostro paese quando si parla di prostituzione e soprattutto dello sfruttamento della prostituzione?

(Stefano Becucci) Secondo recenti stime facciamo riferimento a circa 70.000 persone, donne e uomini dediti in Italia alla prostituzione. Una buona metà di esse sarebbe coinvolta nella prostituzione di strada, mentre la parte rimanente eserciterebbe l'attività prostituzionale al chiuso, in appartamenti, night club, alberghi e finte sale massaggio. Quando facciamo riferimento al numero di persone coinvolte nella prostituzione, il condizionale è d'obbligo, perché spesso le stime esistenti in Italia, sia che provengano da organismi pubblici o associazioni che lavorano a stretto contatto con chi si prostituisce, raramente esplicitano i criteri metodologici all'origine di queste valutazioni numeriche.

Per quanto riguarda le modalità prevalenti di sfruttamento sessuale (con particolare riferimento alla donne che esercitano la prostituzione in strada), possiamo dire che, in questi ultimi anni, il ricorso alla violenza da parte degli sfruttatori si è attenuato, in quanto essi hanno preferito fare ricorso a forme di controllo basate su una condivisione, per quanto imposta da loro stessi alle donne sfruttate, dei guadagni derivanti dall'esercizio della prostituzione. Da un iniziale modello "predatorio", incentrato sullo sfruttamento intensivo e senza limiti delle proprie vittime, si è passati a forme di tipo contrattuale, contraddistinte dalla prevalenza di "accordi" che vedono la ripartizione dei profitti, spesso al 50%, fra lo sfruttatore e la donna che si prostituisce.

Il cambiamento delle modalità di sfruttamento ha coinciso, fra la fine degli anni novanta e i primi anni del duemila, con altrettanti mutamenti di rilievo sia delle modalità di reclutamento che della geografia di provenienza delle donne indirizzate al mercato dei servizi sessuali in Italia.

Nella fase emergente del sistema di sfruttamento - la prima metà degli anni novanta - le ragazze coinvolte erano in gran parte giovani donne, per lo più albanesi, sfruttate da loro connazionali. Arrivate in Italia illegalmente col proprio fidanzato/amante, venivano obbligate con metodi brutali e particolarmente violenti a prostituirsi. Con il consenso delle famiglie che le affidavano al fidanzato alla ricerca di un futuro migliore in Italia, in altri casi fuggite da casa, queste ragazze erano sottoposte a violenze di ogni genere pur di costringerle a prostituirsi. Le storie di vita di ragazze albanesi, come anche russe, ucraine, moldave, riferiscono di violenze sistematiche, in molti casi apparentemente immotivate, difficilmente spiegabili se non pensando ad una precisa volontà tesa a stabilire, una volta per tutte, quali dovevano essere le regole ordinatrici del rapporto che le vincolava ai loro sfruttatori.

In seguito, grosso modo dalla fine degli anni novanta ad oggi, assistiamo ad un sostanziale mutamento sia della "tipologia" di donne coinvolte nella prostituzione che delle strategie di controllo messe in atto dagli sfruttatori. Intanto non è così facile come in precedenza reclutare giovani donne albanesi, grazie al miglioramento delle condizioni sociali dell'Albania e al fatto che, col progressivo strutturarsi del traffico, è sempre più difficile per queste ragazze nascondere alle loro famiglie quale sarà la reale professione svolta in Italia. Le reti del traffico si ampliano verso l'Est Europa, inserendo nuove donne nel mercato del sesso in Italia, per alcuni aspetti sensibilmente diverse dalle precedenti. Esse sono mediamente più grandi - mentre le ragazze albanesi in molti casi erano minorenni - e presentano un grado di istruzione significativamente più elevato. Come abbiamo avuto modo di appurare nel corso della ricerca, si tratta in vari casi di insegnanti, operaie, donne divorziate che, col repentino processo di privatizzazione delle imprese pubbliche e la riduzione delle forme di assistenza sociale, hanno subito un drastico peggioramento della propria condizione economica, inducendole a loro rischio e pericolo a lasciare il paese di origine.

Nel frattempo, la crescente attenzione nel dibattito pubblico sul fenomeno della tratta e dello sfruttamento sessuale porta all'approvazione del d.lgs 286/98, che prevede la possibilità, per le persone trafficate, di ottenere un permesso di soggiorno per protezione sociale. Unitamente a ciò, crescono i controlli delle forze dell'ordine sulla prostituzione di strada, aumentando così il rischio per gli attori criminali di essere individuati.

Tali fattori, in particolar modo l'introduzione del permesso di soggiorno per protezione sociale e i maggiori controlli delle forze dell'ordine, hanno aumentato la capacità di contrattazione delle donne, inducendo gli sfruttatori ad adottare nuove modalità di sfruttamento volte a ricercare la complicità delle donne sfruttate. In fin dei conti, dal punto di vista degli attori illeciti che intendono accumulare profitti attraverso la prostituzione, è molto più proficuo arrivare ad un accordo con le donne piuttosto che sfruttarle in modo indiscriminato, rischiando in ogni momento di essere denunciati alle autorità italiane.

Per concludere, l'unico "modello" di sfruttamento che, nel tempo, non ha subito sostanziali mutamenti di rilievo è quello costituito dalle organizzazioni nigeriane. Fin dai primi anni novanta esse hanno fatto riferimento al sistema di ricatto basato sulla richiesta del debito di viaggio contratto dalle donne, in quasi totalità connazionali degli stessi sfruttatori, per emigrare in Italia. Pur sottoposte a forme brutali di violenza fisica e psicologica, una volta saldato il debito, esse sono libere di affrancarsi dal sistema di sfruttamento. Anche se, come risulta dai documenti e dalle testimonianze esaminate nel libro "Corpi globali", una parte di esse divengono a loro volta sfruttatrici, reclutando nuove giovani connazionali e sottoponendole agli stessi ricatti che esse hanno originariamente sperimentato al loro arrivo in Italia.

Come mai è così difficile contrastare efficacemente lo sfruttamento della prostituzione in Italia?

(Stefano Becucci) Come detto in precedenza, passi importanti verso una riduzione dello sfruttamento sessuale sono stati fatti grazie all'introduzione del permesso di protezione sociale (il cosiddetto art. 18), cui possono accedere quelle persone sottoposte a sfruttamento sessuale. Nello specifico, occorre tuttavia ricordare che, sulla base di recenti indagini a campione relative a varie città, è emerso come tale opportunità venga interpretata in senso restrittivo da parte delle autorità preposte al rilascio del permesso per protezione sociale.

Esse spesso chiedono che coloro i quali ne fanno richiesta denuncino i loro sfruttatori, sebbene il requisito indispensabile per accedere al permesso di protezione sociale previsto dalla normativa sia essere persona sottoposta a tratta e sfruttamento sessuale. Nei casi in cui persistono forme di ricatto e di potenziale rappresaglia a danno non solo delle persone sfruttate sessualmente, ma anche dei loro familiari rimasti nel paese di origine - eventualità non infrequente dato il sistema di reclutamento e sfruttamento sessuale organizzato su scala transnazionale - si viene così a determinare un forte ostacolo per le vittime ad utilizzare tale opportunità, al fine di affrancarsi dal sistema di sfruttamento cui sono soggette.

Nel complesso, è difficile contrastare in maniera efficace lo sfruttamento della prostituzione se non vi sarà un cambiamento del quadro normativo sull'ingresso in Italia di cittadini stranieri provenienti dai paesi a forte pressione migratoria. Fintanto che verranno attuate politiche fortemente restrittive quali quelle adottate dal governo in carica, coloro che emigrano in Italia saranno indotti a rivolgersi ad organizzazioni illegali di trafficanti, col rischio di cadere in reti illecite ed essere destinati, a loro insaputa, verso il mercato dei servizi sessuali a pagamento. Lo sfruttamento della prostituzione viene alimentato, sul versante dell'offerta, dal consistente numero di donne straniere che emigrano nei paesi occidentali - a dispetto di qualsiasi legge restrittiva di ingresso - allo scopo di acquisire una migliore condizione sociale ed economica. Semmai, le rigide politiche di ingresso e permanenza approvate di recente in Italia determinano l'oggettiva debolezza sociale e giuridica dei migranti, in particolar modo se essi si trovano in condizione di illegalità, impedendo loro di far valere i propri diritti in quanto persone, dedite o meno alla prostituzione.

Stante il fatto che il fenomeno è sempre esistito, esiste, e molto probabilmente esisterà anche nel futuro, come ritiene dovrebbe essere gestita la prostituzione in un paese 'ideale'? C'è una nazione che secondo lei ha gestito in maniera adeguata, dal punto di vista politico e sociale la questione? Viene da pensare all'Olanda ma magari è solo uno stereotipo...

(Stefano Becucci) E' più che plausibile ritenere che la prostituzione continuerà ad esistere perché, in primo luogo, essa fornisce un servizio - per quanto speciale ed eventualmente discutibile nel merito - richiesto da un'ampia platea di clienti, che comprendono le più diverse fasce sociali della popolazione. Volendo parafrasare uno studioso statunitense come Edwin Sutherland, più conosciuto al largo pubblico per aver individuato la categoria dei "White Collar Criminals", i consumatori rimpiangerebbero amaramente l'assenza di questi servizi qualora, per qualche motivo, non venissero più garantiti. Come evidenziato nella parte conclusiva del libro "Corpi globali", vi sono, al di là degli orientamenti di valore pro o contro la prostituzione che ciascuno di noi può avere, alcuni fattori strutturali che influiscono in modo determinante nell'alimentare la domanda di servizi sessuali a pagamento.


Mi riferisco alle progressive spinte verso la frammentazione e parcellizzazione cui sono sottoposte le società contemporanee, in particolar modo quelle occidentali, visto che due elementi prioritari della riproduzione sociale come la famiglia e il lavoro sono stati messi fortemente in crisi da logiche individualistiche, da un lato, e dal progressivo sopravvento del mercato, dall'altro. Facendo riferimento ad uno studioso poco valorizzato nel dibattito pubblico italiano come Karl Polanyi, nel momento in cui il mercato viene lasciato a se stesso, presumendo che abbia al suo interno la propria capacità di autoregolarsi, esso introduce forti elementi di disorganizzazione sociale nella "sostanza umana e materiale della società". Da un lato, l'instabilità della famiglia, i cui segnali evidenti sono forniti dal crescente numero di separazioni e divorzi, dall'altro gli interventi istituzionali volti a rendere il mercato del lavoro più flessibile (e insicuro) creano le condizioni di fondo affinché vi sia un impoverimento delle relazioni sociali.

Pur in assenza di una relazione diretta fra questi profondi mutamenti in atto e la richiesta di servizi sessuali a pagamento, si può tuttavia ritenere che, quanto più avremo relazioni sociali scarsamente significative e a termine, revocabili in ogni momento, tanto più gli individui saranno indotti (nella generalità dei casi), a cercare una compensazione emotiva e sostanzialmente malriposta nei rapporti sessuali mercenari, allo scopo di sopperire alla crescente "povertà relazionale" esistente nella società.

Per venire nello specifico alla domanda, credo che scelte proibizioniste quali ad esempio quelle adottate in Svezia siano dettate da visioni ideologiche scarsamente corrispondenti alla realtà. Piuttosto, il legislatore italiano dovrebbe operare secondo criteri pragmatici orientati alla "riduzione del danno", rifuggendo dal pensare che sia possibile eliminare la prostituzione (sarebbe un po' come presumere, fatte le debite differenze, di voler eliminare il "male" dal mondo). In tal senso, le norme tese a disciplinare il fenomeno della prostituzione dovrebbero garantire la libertà per coloro che, in autonomia e libertà di giudizio, ritengono accettabile di potersi prostituire, facendo in modo che queste persone non siano sottoposte a forme di sfruttamento sessuale. Da un lato, garantendo ad esse una serie di diritti in quanto sex worker, alla stregua di qualsiasi altra persona impiegata nel mondo del lavoro, dall'altro, favorendo la costruzione di cooperative fra pari dello stesso sesso in modo da evitare forme di gerarchia e di sfruttamento sessuale. Sarebbe utile arrivare ad una nuova disciplina sulla prostituzione in grado di garantire a chi si prostituisce più diritti e non, come risulta essere l'orientamento dell'attuale governo, introdurre nuove regole sull'esercizio della prostituzione incentrate su logiche proibizioniste. Qualsiasi nuova disciplina normativa orientata in tal senso non avrebbe significative conseguenze sul versante della domanda di servizi sessuali, come peraltro dimostrano gli interventi legislativi attuati in Italia dal dopoguerra fino ad oggi. Semmai, essa avrebbe il principale effetto di creare de jure un nuovo mercato illecito, determinando inevitabilmente una ulteriore penalizzazione nei confronti dei sex worker.

Inoltre, dato che esercitare la prostituzione in strada costituisce di per sé una fonte di pericolo per coloro che vi sono impiegati, dovrebbero essere previsti dei luoghi dedicati a tale attività, con eventuali controlli da parte delle autorità a difesa delle stesse persone che si prostituiscono. Certo, nell'attuale clima di revival neotradizionalista di matrice religiosa, appare difficile far approvare scelte di questo tipo in un paese come l'Italia.

In definitiva, servirebbe elaborare una nuova disciplina sull'esercizio della prostituzione tesa a riconoscere, per un verso, la professione di sex worker e, per l'altro, fare in modo che non abbiano luogo forme di sfruttamento sessuale. Mentre il primo aspetto (la questione dei diritti e del riconoscimento professionale dei lavoratori del sesso) potrebbe essere relativamente agevole da risolvere, a condizione di adottare un approccio pragmatico e non ideologico al problema, il secondo aspetto, ovvero come evitare forme di sfruttamento sessuale, pone problemi di ordine organizzativo, tuttavia solo in apparenza di facile soluzione. Una prova di quanto sia difficile evitare l'instaurarsi di forme di sfruttamento sessuale ci viene dal caso dell'Olanda. Nella città di Amsterdam, fino a che recenti decisioni locali non rivedessero il modello antiproibizionista dei quartieri a luci rosse, vi erano forme di sfruttamento legate all'esercizio della prostituzione, in ragione del fatto che il numero dei locali (o meglio delle vetrine) a disposizione era di gran lunga inferiore alla domanda di donne intenzionate a prostituirsi. Così, per aggiudicarsi il proprio posto, esse erano costrette, assieme al pagamento dell'affitto al gestore per l'utilizzo delle vetrine, a condividere con quest'ultimo una parte delle loro entrate giornaliere.

Ringraziamo il Prof. Stefano Becucci (insegna Sociologia della devianza e Sociologia delle migrazioni presso il Dipartimento di Studi Sociali dell'Università di Firenze) e la Prof.ssa Eleonora Garosi dell'Università di Torino

Alessio Cristianini | Adversus
10 febbraio 2010

Le opinioni espresse nelle interviste appartengono all'intervistato/a e non rispecchiano necessariamente quelle di Adversus (che spesso e volentieri sono ancora più critiche e negative di quanto espresso dagli intervistati...)

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