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La
prostituzione, intervista al Prof. Stefano Becucci e alla Prof.ssa Eleonora
Garosi
Quella della 'prostituzione' è una questione complessa, annosa,
dai risvolti molto spesso drammatici, che non è facile, per la
grande maggioranza delle persone, affrontare e comprendere in maniera
obiettiva. Eppure è una questione molto più vicina di
quanto si pensi. Sicuramente una realtà che ci riguarda molto
più di quanto si possa, o si voglia, immaginare. Mi fermo qui,
prima di dire qualche banalità.
Lascio la parola ai professori Stefano Becucci (che insegna Sociologia
della devianza e Sociologia delle migrazioni presso il Dipartimento
di Studi Sociali dell'Università di Firenze) ed Eleonora Garosi
dell'Università di Torino, autori di "Corpi globali. La
prostituzione in Italia" edito dalla Firenze University Press nel
2008. Abbiamo inviato loro alcune domande sulla questione della prostituzione,
ecco le loro risposte.
Vorremmo iniziare l'intervista cercando di inquadrare
la prostituzione in contesto storico. Viene definita - probabilmente a
ragione - il mestiere più antico del mondo...
(Eleonora Garosi) Considerare la prostituzione come un mestiere, un'attività
di natura sessuale svolta in cambio di una ricompensa economica, implica
già un punto di vista situato sul fenomeno. Tale interpretazione
mi pare riduttiva per due ordini di motivi: da un lato, nasconde l'eterogeneità
dei comportamenti che sono stati definiti come prostituzione, dall'altro
tende a descrivere la prostituzione come un fatto naturale (appunto "il
mestiere più antico del mondo"), celando le disuguaglianze
sociali e di genere che ne favoriscono lo sviluppo.
Innanzitutto, non esiste una definizione univoca di cosa si intenda per
prostituzione: si tratta di un fenomeno sociale definito in maniera differente
a seconda dei contesti geoculturali e dei periodi storici.
Diversi studi antropologici hanno fatto luce sulla varietà di
comportamenti sociali che possono essere classificati come prostituzione.
Gli Irigwe della Nigeria, ad esempio, riconoscono alle donne il diritto
di avere più mariti: il padre riceve il prezzo della sposa da ciascun
pretendente e concede la figlia a ognuno di loro per un certo tempo. Nel
caso la donna decida di restare con uno solo dei mariti viene considerata
una prostituta, compromettendo così la sua reputazione.
resso gli Hima dell'Uganda le donne sposate hanno l'obbligo di servire
sessualmente tutta la parentela agnatica del marito (ovvero il padre e
i suoi fratelli, compresi eventuali figli di altro letto dello sposo),
i suoi amici, gli alleati e coloro coi quali l'uomo voglia mantenere buone
relazioni. Qualora la donna abbia relazioni sessuali con altri uomini,
specialmente al di fuori dell'accampamento, senza aver ricevuto ordini
dal marito diventa una prostituta. Tra i Manus della Nuova Guinea viene
definita come prostituta la prigioniera di guerra che, senza scelta e
senza remunerazione, deve servire sessualmente l'intero gruppo degli uomini.
Nell'Occidente contemporaneo siamo abituati a pensare alla prostituzione
come uno scambio tra servizi sessuali e denaro, una transazione economica
che avviene nel contesto di un mercato diversificato per domanda, offerta
e tipologia di servizi. Eppure anche nella storia dell'Occidente non sono
mancati esempi di tipi differenti di prostituzione, come nel caso della
prostituzione sacra esercitata occasionalmente sotto forma di rituale
religioso o in maniera abituale da una classe di sacerdotesse del tempio,
che offrivano servizi sessuali in cambio di denaro. Con lo sviluppo dei
processi di urbanizzazione nel mondo antico, la prostituzione si secolarizza
perdendo la sua dimensione di sacralità. Nell'antica Grecia le
etere destinavano le loro prestazioni sessuali a uomini potenti, di cui
divenivano sovente consigliere e concubine; erano persone colte e libere,
non sottoposte alle convenzioni sociali che regolavano la vita delle altre
donne.
Nel Medioevo, con il diffondersi dell'ortodossia cattolica, le prostitute
vengono tollerate come "male necessario", che permette di dare
sfogo agli istinti sessuali degli uomini al di fuori del matrimonio, preservando
la purezza delle spose. Si riuniscono nelle case di tolleranza e vengono
rese riconoscibili con segni esteriori (abbigliamento, trucco, tatuaggi)
che le distinguono dalle donne oneste, di cui contribuiscono a mantenere
l'onore: esse sono, infatti, teoricamente obbligate a denunciare i mariti
adulteri, devono soddisfare i forestieri affinché non importunino
le donne del luogo e denunciare le spose depravate, minacciando di portarle
al bordello. Attualmente, le persone che si prostituiscono fanno parte
di un settore produttivo dell'economia informale: la sessualità
è diventata una merce.
La prostituzione, dunque, assume sfumature e accezioni differenti a seconda
dei contesti storici e geoculturali in cui si sviluppa.
In Italia, oggigiorno, la maggior parte delle persone che si prostituisce
sono donne, che offrono servizi sessuali agli uomini. Tra quante si prostituiscono,
alcune scelgono di dedicarsi liberamente a questa attività, mentre
altre vi sono costrette con mezzi più o meno coercitivi e violenti.
La maggior parte di queste persone vende servizi sessuali per motivi di
ordine economico; tra di loro vi sono numerose immigrate per le quali
la prostituzione può rappresentare una risorsa temporanea atta
a migliorare le proprie condizioni di vita. Questa tipologia di prostituzione
è profondamente iscritta in un contesto storico e culturale caratterizzato
da disuguaglianze economiche tra diverse classi di popolazione, differenze
di genere che relegano le donne in posizioni di svantaggio sociale ed
economico, e da una mercificazione generalizzata di molteplici aspetti
della vita, tra cui la sessualità.
Parlare di prostituzione oggi, dunque, vuol dire ragionare sui rapporti
di potere, sulle relazioni tra i generi, sulle disuguaglianze sociali
ed economiche che caratterizzano gli attori coinvolti.
Perché nella cultura occidentale di oggi la
prostituzione ha assunto una connotazione così negativa pur continuando
ad essere una pratica estremamente diffusa e altrettanto richiesta? (non
ci stiamo riferendo allo sfruttamento della prostituzione - di cui le
chiederemo più avanti - ma all'attività praticata come libera
scelta)
(Stefano Becucci) La prostituzione intesa come libera scelta assume senza
dubbio connotazioni negative. Ciò dipende in primo luogo dal fatto
di considerarla, quando la intendiamo in questi termini, come un atto
lesivo della propria sfera personale, come se le relazioni sessuali non
potessero, né dovessero essere comprese all'interno di logiche
economiche. La mercificazione delle relazioni sessuali rappresenterebbe
così un danno sia per chi ricerca questi servizi che, in particolar
modo, per chi rivendica l'esercizio della prostituzione come una prestazione
professionale alla stregua di qualsiasi altra. Di fronte a relazioni sociali
che sovente si orientano secondo logiche di scambio, è in tal senso
opinione diffusa interpretare la mercificazione dei rapporti sessuali
(ma anche il quantum di investimento emotivo che essi comportano), come
il superamento di un limite non oltrepassabile. Per molte persone, accettare
scelte di questo tipo vorrebbe dire infrangere l'ultimo baluardo a difesa
di una intimità non negoziabile, né sottoponibile a logiche
di scambio materiale, contrariamente a quanto avviene per altre dimensioni
della vita sociale, come ad esempio la sfera professionale, quella economica
propriamente detta o altri comportamenti in cui Ego e Alter si mettono
in gioco traendo un vantaggio reciproco dallo stabilire assieme una qualsiasi
forma di transazione. Tuttavia, bisogna anche riconoscere che valutazioni
di questo tipo risentono di una certa ipocrisia sociale, visto che quotidianamente,
attraverso la promozione pubblicitaria e vari programmi televisivi, assistiamo
sistematicamente alla mercificazione dei corpi, sia femminili che maschili.
A condizione che si parli di adulti capaci di autodeterminarsi, la prostituzione
come libera scelta dovrebbe comunque essere accettata. Semmai, la questione
rilevante cade proprio sul considerare o meno la prostituzione come libera
scelta e non, come spesso accade, una "scelta" dettata dall'impossibilità
di intraprendere altre opportunità, accettate socialmente. Almeno
per l'Italia, ricordiamo che coloro i quali rivendicano pubblicamente
la professione di sex worker rappresentano un numero ridotto di persone
Il primo riferimento che viene in mente a questo proposito è il
Comitato per i diritti civili delle prostitute, costituito a Pordenone
nei primi anni ottanta da alcune prostitute militanti che, per quanto
particolarmente attivo e conosciuto su scala nazionale ed europea, raccoglie
un numero limitato di aderenti, se paragonato a tutti coloro che offrono
servizi sessuali a pagamento in Italia.
In conclusione, possiamo ritenere che il miglioramento delle generali
condizioni socio-economiche determina una diminuzione di persone (appartenenti
a quel paese) impiegate nel mercato dei servizi sessuali a pagamento.
Leggendo le testimonianze e i resoconti di varie pubblicazioni redatte
nel corso degli anni sessanta in Italia, molte delle donne coinvolte nella
prostituzione vivevano una difficile situazione personale. Sprovviste
di adeguati mezzi economici, emigrate dal Sud verso il Nord, dal Veneto
o dai paesi rurali della Bergamasca verso le grandi città del Nord
d'Italia, erano sole, prive di legami sociali e sostegni significativi.
Per questi motivi, molte di loro accettavano di prostituirsi perché
ritenevano di non avere a disposizione alternative altrettanto vantaggiose.
Il miglioramento generale delle condizioni di vita ha determinato, di
pari passo, la consistente riduzione del numero di donne italiane inserite
in tale attività.
In seguito, nel corso degli anni ottanta, esse sono state sostituite
da giovani straniere provenienti da vari paesi dell'Africa e dell'Est
Europa. Il loro arrivo in Italia è in larga parte riconducibile
alla difficile situazione economica vissuta nel paese di origine. Come
anche, in particolar modo, al fatto di percepire il luogo in cui vivono
come privo di sbocchi adeguatamente vantaggiosi, nel momento in cui lo
confrontano con le potenziali opportunità esistenti nei paesi occidentali.
Per questo, centinaia di migliaia di donne emigrano nelle aree più
ricche e benestanti del pianeta alla ricerca di un futuro migliore.
Sempre parlando della prostituzione come libera scelta,
la prostituzione ha una funzione sociale molto importante, anche se si
fa fatica ad ammetterlo apertamente. Condivide questa interpretazione
e quali sono - se lei ritiene che ce ne siano - le funzioni 'positive'
che questa 'professione' svolge?
(Eleonora Garosi) La libertà o meno di scelta nell'esercizio della
prostituzione non è una variabile rilevante, a mio avviso, nel
definirne le funzioni sociali. Se riteniamo, ad esempio, che la prostituzione
consenta di soddisfare le fantasie sessuali non esaudite in un rapporto
di coppia, il fatto che sia una donna sfruttata o una escort di lusso
a appagarle non è significativo. Negare utilità sociale
alla prostituzione forzata è assolutamente condivisibile, ma occorre
essere consapevoli che anche questa forma di prostituzione può
avere una qualche funzione sociale.
Il fenomeno della prostituzione, poi, è così articolato
e variegato che risulta difficile individuarne una sola funzione. Quali
possono essere, allora, le funzioni sociali della prostituzione? Soddisfare
gli istinti sessuali di quanti non trovano appagamento all'interno delle
relazioni affettive? Sperimentare attività sessuali non socialmente
accettate come ad esempio il sado-masochismo? Fornire un servizio sessuale
a quanti sono a rischio di esclusione dalle relazioni sessuali, come può
essere il caso di alcune persone disabili? Svolgere una funzione vicaria
delle relazioni affettive in un mondo dove i rapporti sono sempre più
impersonali e dove è possibile comprare qualunque tipo di servizio?
Configurarsi come una risorsa occupazionale remunerativa per alcune classi
di popolazione? E tra queste quali sono le funzioni che possiamo considerare
positive?
Una prima funzione positiva della prostituzione in quanto scelta soggettiva
risiede nel fatto di configurarsi come una risorsa individuale per migliorare
la propria condizione economica. Per alcune donne la prostituzione può
rappresentare un mezzo di auto-promozione e di miglioramento economico.
Può configurarsi come una forma di lavoro laddove sia riconosciuta
come professione legittima, una potenziale fonte di autonomia ed emancipazione
per le donne, uno strumento per l'avanzamento sociale ed economico delle
persone impiegate in questo mercato. Anche in questi casi, tuttavia, occorre
tener conto delle condizioni strutturali che influiscono sulla scelta
di prostituirsi liberamente, e mi riferisco alle disuguaglianze di genere,
status, classe sociale e appartenenza "etnica". Stiamo sempre
parlando di persone che possono scegliere senza imposizione da parte di
terzi di intraprendere l'attività di prostituzione, ma che partono
da posizioni di svantaggio sociale per il fatto di appartenere, ad esempio,
ad un certo genere (di solito quello femminile, incluso il caso delle
donne transessuali), ad una certa classe d'età, ad una certa "etnia".
Per alcune la prostituzione può diventare una risorsa verso una
maggiore libertà sessuale delle donne. Al pari di altri casi di
mercificazione del corpo, come la pornografia, la prostituzione può
essere considerata e agita come una forma di resistenza creativa e di
sovversione culturale rispetto al dominio maschile. Occorre tuttavia riconoscere
che tale interpretazione rappresenta una posizione d'avanguardia che caratterizza
perlopiù un'élite di donne, politicizzate e femministe.
In un certo senso, esse rovesciano lo stigma legato alla prostituta, ne
fanno un'icona e se ne appropriano per criticare i modelli di femminilità
e di sessualità convenzionali, promuovendo una visione della sessualità
libera da vincoli formali e schemi culturali.
Dal punto di vista di chi ne usufruisce, la prostituzione può
rispondere a una serie di bisogni soggettivi (ricerca di affetto, relazioni
sessuali non convenzionali, realizzazione di fantasie, etc.) che trovano
soddisfazione nella compravendita di servizi sessuali.
Continuo a rimanere scettica, invece, sulle funzioni sociali positive
della prostituzione. Se, infatti, è possibile individuare un'utilità
soggettiva per le persone che si prostituiscono e per quanti ne acquistano
i servizi, dal punto di vista sociale mi pare che la prostituzione si
inscriva in un contesto di disuguaglianze strutturali di genere, economiche
e sociali che non permettono di individuarne una funzione positiva.
Lei è Professore di 'Sociologia della devianza'
all'Università di Firenze, ed autore del libro "Corpi Globali"
(che affronta il fenomeno della prostituzione in Italia) e quindi ha una
visione molto chiara del fenomeno della prostituzione in Italia. Può
aiutarci ad inquadrare la situazione 'italiana', la diffusione del fenomeno
in Italia, i flussi migratori che riguardano il nostro paese quando si
parla di prostituzione e soprattutto dello sfruttamento della prostituzione?
(Stefano Becucci) Secondo recenti stime facciamo riferimento a circa
70.000 persone, donne e uomini dediti in Italia alla prostituzione. Una
buona metà di esse sarebbe coinvolta nella prostituzione di strada,
mentre la parte rimanente eserciterebbe l'attività prostituzionale
al chiuso, in appartamenti, night club, alberghi e finte sale massaggio.
Quando facciamo riferimento al numero di persone coinvolte nella prostituzione,
il condizionale è d'obbligo, perché spesso le stime esistenti
in Italia, sia che provengano da organismi pubblici o associazioni che
lavorano a stretto contatto con chi si prostituisce, raramente esplicitano
i criteri metodologici all'origine di queste valutazioni numeriche.
Per quanto riguarda le modalità prevalenti di sfruttamento sessuale
(con particolare riferimento alla donne che esercitano la prostituzione
in strada), possiamo dire che, in questi ultimi anni, il ricorso alla
violenza da parte degli sfruttatori si è attenuato, in quanto essi
hanno preferito fare ricorso a forme di controllo basate su una condivisione,
per quanto imposta da loro stessi alle donne sfruttate, dei guadagni derivanti
dall'esercizio della prostituzione. Da un iniziale modello "predatorio",
incentrato sullo sfruttamento intensivo e senza limiti delle proprie vittime,
si è passati a forme di tipo contrattuale, contraddistinte dalla
prevalenza di "accordi" che vedono la ripartizione dei profitti,
spesso al 50%, fra lo sfruttatore e la donna che si prostituisce.
Il cambiamento delle modalità di sfruttamento ha coinciso, fra
la fine degli anni novanta e i primi anni del duemila, con altrettanti
mutamenti di rilievo sia delle modalità di reclutamento che della
geografia di provenienza delle donne indirizzate al mercato dei servizi
sessuali in Italia.
Nella fase emergente del sistema di sfruttamento - la prima metà
degli anni novanta - le ragazze coinvolte erano in gran parte giovani
donne, per lo più albanesi, sfruttate da loro connazionali. Arrivate
in Italia illegalmente col proprio fidanzato/amante, venivano obbligate
con metodi brutali e particolarmente violenti a prostituirsi. Con il consenso
delle famiglie che le affidavano al fidanzato alla ricerca di un futuro
migliore in Italia, in altri casi fuggite da casa, queste ragazze erano
sottoposte a violenze di ogni genere pur di costringerle a prostituirsi.
Le storie di vita di ragazze albanesi, come anche russe, ucraine, moldave,
riferiscono di violenze sistematiche, in molti casi apparentemente immotivate,
difficilmente spiegabili se non pensando ad una precisa volontà
tesa a stabilire, una volta per tutte, quali dovevano essere le regole
ordinatrici del rapporto che le vincolava ai loro sfruttatori.
In seguito, grosso modo dalla fine degli anni novanta ad oggi, assistiamo
ad un sostanziale mutamento sia della "tipologia" di donne coinvolte
nella prostituzione che delle strategie di controllo messe in atto dagli
sfruttatori. Intanto non è così facile come in precedenza
reclutare giovani donne albanesi, grazie al miglioramento delle condizioni
sociali dell'Albania e al fatto che, col progressivo strutturarsi del
traffico, è sempre più difficile per queste ragazze nascondere
alle loro famiglie quale sarà la reale professione svolta in Italia.
Le reti del traffico si ampliano verso l'Est Europa, inserendo nuove donne
nel mercato del sesso in Italia, per alcuni aspetti sensibilmente diverse
dalle precedenti. Esse sono mediamente più grandi - mentre le ragazze
albanesi in molti casi erano minorenni - e presentano un grado di istruzione
significativamente più elevato. Come abbiamo avuto modo di appurare
nel corso della ricerca, si tratta in vari casi di insegnanti, operaie,
donne divorziate che, col repentino processo di privatizzazione delle
imprese pubbliche e la riduzione delle forme di assistenza sociale, hanno
subito un drastico peggioramento della propria condizione economica, inducendole
a loro rischio e pericolo a lasciare il paese di origine.
Nel frattempo, la crescente attenzione nel dibattito pubblico sul fenomeno
della tratta e dello sfruttamento sessuale porta all'approvazione del
d.lgs 286/98, che prevede la possibilità, per le persone trafficate,
di ottenere un permesso di soggiorno per protezione sociale. Unitamente
a ciò, crescono i controlli delle forze dell'ordine sulla prostituzione
di strada, aumentando così il rischio per gli attori criminali
di essere individuati.
Tali fattori, in particolar modo l'introduzione del permesso di soggiorno
per protezione sociale e i maggiori controlli delle forze dell'ordine,
hanno aumentato la capacità di contrattazione delle donne, inducendo
gli sfruttatori ad adottare nuove modalità di sfruttamento volte
a ricercare la complicità delle donne sfruttate. In fin dei conti,
dal punto di vista degli attori illeciti che intendono accumulare profitti
attraverso la prostituzione, è molto più proficuo arrivare
ad un accordo con le donne piuttosto che sfruttarle in modo indiscriminato,
rischiando in ogni momento di essere denunciati alle autorità italiane.
Per concludere, l'unico "modello" di sfruttamento che, nel
tempo, non ha subito sostanziali mutamenti di rilievo è quello
costituito dalle organizzazioni nigeriane. Fin dai primi anni novanta
esse hanno fatto riferimento al sistema di ricatto basato sulla richiesta
del debito di viaggio contratto dalle donne, in quasi totalità
connazionali degli stessi sfruttatori, per emigrare in Italia. Pur sottoposte
a forme brutali di violenza fisica e psicologica, una volta saldato il
debito, esse sono libere di affrancarsi dal sistema di sfruttamento. Anche
se, come risulta dai documenti e dalle testimonianze esaminate nel libro
"Corpi globali", una parte di esse divengono a loro volta sfruttatrici,
reclutando nuove giovani connazionali e sottoponendole agli stessi ricatti
che esse hanno originariamente sperimentato al loro arrivo in Italia.
Come mai è così difficile contrastare
efficacemente lo sfruttamento della prostituzione in Italia?
(Stefano Becucci) Come detto in precedenza, passi importanti verso una
riduzione dello sfruttamento sessuale sono stati fatti grazie all'introduzione
del permesso di protezione sociale (il cosiddetto art. 18), cui possono
accedere quelle persone sottoposte a sfruttamento sessuale. Nello specifico,
occorre tuttavia ricordare che, sulla base di recenti indagini a campione
relative a varie città, è emerso come tale opportunità
venga interpretata in senso restrittivo da parte delle autorità
preposte al rilascio del permesso per protezione sociale.
Esse spesso chiedono che coloro i quali ne fanno richiesta denuncino
i loro sfruttatori, sebbene il requisito indispensabile per accedere al
permesso di protezione sociale previsto dalla normativa sia essere persona
sottoposta a tratta e sfruttamento sessuale. Nei casi in cui persistono
forme di ricatto e di potenziale rappresaglia a danno non solo delle persone
sfruttate sessualmente, ma anche dei loro familiari rimasti nel paese
di origine - eventualità non infrequente dato il sistema di reclutamento
e sfruttamento sessuale organizzato su scala transnazionale - si viene
così a determinare un forte ostacolo per le vittime ad utilizzare
tale opportunità, al fine di affrancarsi dal sistema di sfruttamento
cui sono soggette.
Nel complesso, è difficile contrastare in maniera efficace lo
sfruttamento della prostituzione se non vi sarà un cambiamento
del quadro normativo sull'ingresso in Italia di cittadini stranieri provenienti
dai paesi a forte pressione migratoria. Fintanto che verranno attuate
politiche fortemente restrittive quali quelle adottate dal governo in
carica, coloro che emigrano in Italia saranno indotti a rivolgersi ad
organizzazioni illegali di trafficanti, col rischio di cadere in reti
illecite ed essere destinati, a loro insaputa, verso il mercato dei servizi
sessuali a pagamento. Lo sfruttamento della prostituzione viene alimentato,
sul versante dell'offerta, dal consistente numero di donne straniere che
emigrano nei paesi occidentali - a dispetto di qualsiasi legge restrittiva
di ingresso - allo scopo di acquisire una migliore condizione sociale
ed economica. Semmai, le rigide politiche di ingresso e permanenza approvate
di recente in Italia determinano l'oggettiva debolezza sociale e giuridica
dei migranti, in particolar modo se essi si trovano in condizione di illegalità,
impedendo loro di far valere i propri diritti in quanto persone, dedite
o meno alla prostituzione.
Stante il fatto che il fenomeno è sempre
esistito, esiste, e molto probabilmente esisterà anche nel futuro,
come ritiene dovrebbe essere gestita la prostituzione in un paese 'ideale'?
C'è una nazione che secondo lei ha gestito in maniera adeguata,
dal punto di vista politico e sociale la questione? Viene da pensare all'Olanda
ma magari è solo uno stereotipo...
(Stefano Becucci) E' più che plausibile ritenere che la prostituzione
continuerà ad esistere perché, in primo luogo, essa fornisce
un servizio - per quanto speciale ed eventualmente discutibile nel merito
- richiesto da un'ampia platea di clienti, che comprendono le più
diverse fasce sociali della popolazione. Volendo parafrasare uno studioso
statunitense come Edwin Sutherland, più conosciuto al largo pubblico
per aver individuato la categoria dei "White Collar Criminals",
i consumatori rimpiangerebbero amaramente l'assenza di questi servizi
qualora, per qualche motivo, non venissero più garantiti. Come
evidenziato nella parte conclusiva del libro "Corpi globali",
vi sono, al di là degli orientamenti di valore pro o contro la
prostituzione che ciascuno di noi può avere, alcuni fattori strutturali
che influiscono in modo determinante nell'alimentare la domanda di servizi
sessuali a pagamento.
Mi riferisco alle progressive spinte verso la frammentazione e parcellizzazione
cui sono sottoposte le società contemporanee, in particolar modo
quelle occidentali, visto che due elementi prioritari della riproduzione
sociale come la famiglia e il lavoro sono stati messi fortemente in crisi
da logiche individualistiche, da un lato, e dal progressivo sopravvento
del mercato, dall'altro. Facendo riferimento ad uno studioso poco valorizzato
nel dibattito pubblico italiano come Karl Polanyi, nel momento in cui
il mercato viene lasciato a se stesso, presumendo che abbia al suo interno
la propria capacità di autoregolarsi, esso introduce forti elementi
di disorganizzazione sociale nella "sostanza umana e materiale della
società". Da un lato, l'instabilità della famiglia,
i cui segnali evidenti sono forniti dal crescente numero di separazioni
e divorzi, dall'altro gli interventi istituzionali volti a rendere il
mercato del lavoro più flessibile (e insicuro) creano le condizioni
di fondo affinché vi sia un impoverimento delle relazioni sociali.
Pur in assenza di una relazione diretta fra questi profondi mutamenti
in atto e la richiesta di servizi sessuali a pagamento, si può
tuttavia ritenere che, quanto più avremo relazioni sociali scarsamente
significative e a termine, revocabili in ogni momento, tanto più
gli individui saranno indotti (nella generalità dei casi), a cercare
una compensazione emotiva e sostanzialmente malriposta nei rapporti sessuali
mercenari, allo scopo di sopperire alla crescente "povertà
relazionale" esistente nella società.
Per venire nello specifico alla domanda, credo che scelte proibizioniste
quali ad esempio quelle adottate in Svezia siano dettate da visioni ideologiche
scarsamente corrispondenti alla realtà. Piuttosto, il legislatore
italiano dovrebbe operare secondo criteri pragmatici orientati alla "riduzione
del danno", rifuggendo dal pensare che sia possibile eliminare la
prostituzione (sarebbe un po' come presumere, fatte le debite differenze,
di voler eliminare il "male" dal mondo). In tal senso, le norme
tese a disciplinare il fenomeno della prostituzione dovrebbero garantire
la libertà per coloro che, in autonomia e libertà di giudizio,
ritengono accettabile di potersi prostituire, facendo in modo che queste
persone non siano sottoposte a forme di sfruttamento sessuale. Da un lato,
garantendo ad esse una serie di diritti in quanto sex worker, alla stregua
di qualsiasi altra persona impiegata nel mondo del lavoro, dall'altro,
favorendo la costruzione di cooperative fra pari dello stesso sesso in
modo da evitare forme di gerarchia e di sfruttamento sessuale. Sarebbe
utile arrivare ad una nuova disciplina sulla prostituzione in grado di
garantire a chi si prostituisce più diritti e non, come risulta
essere l'orientamento dell'attuale governo, introdurre nuove regole sull'esercizio
della prostituzione incentrate su logiche proibizioniste. Qualsiasi nuova
disciplina normativa orientata in tal senso non avrebbe significative
conseguenze sul versante della domanda di servizi sessuali, come peraltro
dimostrano gli interventi legislativi attuati in Italia dal dopoguerra
fino ad oggi. Semmai, essa avrebbe il principale effetto di creare de
jure un nuovo mercato illecito, determinando inevitabilmente una ulteriore
penalizzazione nei confronti dei sex worker.
Inoltre, dato che esercitare la prostituzione in strada costituisce di
per sé una fonte di pericolo per coloro che vi sono impiegati,
dovrebbero essere previsti dei luoghi dedicati a tale attività,
con eventuali controlli da parte delle autorità a difesa delle
stesse persone che si prostituiscono. Certo, nell'attuale clima di revival
neotradizionalista di matrice religiosa, appare difficile far approvare
scelte di questo tipo in un paese come l'Italia.
In definitiva, servirebbe elaborare una nuova disciplina sull'esercizio
della prostituzione tesa a riconoscere, per un verso, la professione di
sex worker e, per l'altro, fare in modo che non abbiano luogo forme di
sfruttamento sessuale. Mentre il primo aspetto (la questione dei diritti
e del riconoscimento professionale dei lavoratori del sesso) potrebbe
essere relativamente agevole da risolvere, a condizione di adottare un
approccio pragmatico e non ideologico al problema, il secondo aspetto,
ovvero come evitare forme di sfruttamento sessuale, pone problemi di ordine
organizzativo, tuttavia solo in apparenza di facile soluzione. Una prova
di quanto sia difficile evitare l'instaurarsi di forme di sfruttamento
sessuale ci viene dal caso dell'Olanda. Nella città di Amsterdam,
fino a che recenti decisioni locali non rivedessero il modello antiproibizionista
dei quartieri a luci rosse, vi erano forme di sfruttamento legate all'esercizio
della prostituzione, in ragione del fatto che il numero dei locali (o
meglio delle vetrine) a disposizione era di gran lunga inferiore alla
domanda di donne intenzionate a prostituirsi. Così, per aggiudicarsi
il proprio posto, esse erano costrette, assieme al pagamento dell'affitto
al gestore per l'utilizzo delle vetrine, a condividere con quest'ultimo
una parte delle loro entrate giornaliere.
Ringraziamo il Prof. Stefano Becucci (insegna Sociologia
della devianza e Sociologia delle migrazioni presso il Dipartimento di
Studi Sociali dell'Università di Firenze) e la Prof.ssa Eleonora
Garosi dell'Università di Torino
Alessio Cristianini | Adversus
10 febbraio 2010
Le opinioni espresse nelle interviste appartengono all'intervistato/a
e non rispecchiano necessariamente quelle di Adversus (che spesso e volentieri
sono ancora più critiche e negative di quanto espresso dagli intervistati...)
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