Le prediche dei social

Tra una story e l’altra parte il messaggio di insegnamento morale: quando gli influencer ci insegnano a vivere e a pensare

Le prediche dei social
Le prediche dei social

Non so se sia peggio la stupidità di certi influencer che si mettono in posa a tutte le ore del giorno agghindati in modo da valorizzare lo stilista che gli ha regalato i vestiti, o se sia più deleteria (per la mia psiche) la somministrazione di valori morali via social.

Mi spiego: seguo regolarmente moltissimi account, vorrei dire per ‘interesse professionale’, in realtà è una curiosità morbosa per tali account: vedo cosa fanno, con chi litigano, come si vestono… è come giocare con la Barbie, quando ti inventavi le storie cambiandole d’abito. Qui dentro la Barbie è sostituita dalle influencer (dovrei essere corretta e dire gli influencer? No, perché vi piaccia o no, la percentuale di donne che fa questo mestiere è altissima e io seguo prevalentemente donne influencer). Cosa fanno? Si vestono natalizie a dicembre, da sci a gennaio, poi a Carnevale vanno a un evento mascherato e a Pasqua mi vendono la colomba possibilmente solidale, ogni stagione ha i suoi prodotti/vestiti da promuovere e così per me il giochino è scoprire cosa cazzo si inventeranno oggi per intrattenermi.

Fin qui abbiamo capito che è la natura stessa del mezzo di comunicazione e di chi lo usa. Non andiamo oltre nell’analisi.

Ultimamente stanno spuntando, o meglio si stanno riciclando, gli influencer predicatori: sempre agghindati alla guisa di instagram, cioè carini, colori pantone, simpatia e battuta politically correct, qualche parolaccia che avvicina il popolo, ma ecco che tra una story e l’altra parte il messaggio, sotto forma di story, di post testuale o di foto filtratissima con sotto il pippone sul tema serio di turno.

Nelle ultime settimane ho assistito alla predica contro il sessismo nei confronti delle book influencers, a favore dell’empowerment femminile, contro il politico che tutti conosciamo e che non nomino per non essere tacciata di salvinismo (ops!) e negli ultimi giorni contro il povero Amadeus che con la sua uscita infelicissima sulle donne a Sanremo sta rischiando il linciaggio, morale.

A parte la sollevazione popolare (social) per boicottare Sanremo, mi sono dovuta sorbire predicozzi a non finire sul significato di sessismo, sul valore delle donne, ‘a morte il fallocrate!’. Se poi a questo aggiungiamo la policy dei social che incoraggiano e premiano con i loro algoritmi tutto ciò che sia gender fluid, bannano tutto quanto possa anche lontanamente assomigliare a hate speech, capite bene in che senso siano omologate tutte le prediche.

E parlo di prediche perché mi è sembrato di tornare alle medie e sentire i miei insegnanti, preti, che mi spiegavano la morale cattolica (ovviamente molto diversa dalla morale dei social). Forse qui non siamo in ambito religioso, ma a sentire il paternalismo con cui alcuni influencer spiegano al popolo dei loro follower come si deve vivere e soprattutto pensare, mi è venuto un improvviso, quanto inspiegabile, desiderio di andare a messa.

Costanza Cristianini

Ripubblicato con il permesso dell’autore [link all’articolo originale]

 

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