Ayahuasca e DMT ed altre sostanze allucinogene

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Se ne parla tanto, in questi ultimi anni, di DMT, Ayahuasca e di altre sostanze ‘allucinogene (termine forse non adeguato)’ che avrebbero caratteristiche uniche che si stanno iniziando a comprendere e studiare seriamente solo adesso. Caratteristiche che – complice anche un cambiamento di atteggiamento da parte della scienza ‘ufficiale’ medica e farmacologia, potrebbero farle uscire da quel calderone chiamato ‘droghe allucinogene’ e farle rientrare in un ambito in cui la loro utilità terapeutica – non il loro abuso – sta venendo rapidamente (ri)valutata.

 

Abbiamo intervistato il Dott. Giorgio Samorini, etnobotanico specializzato sulle piante psicoattive, formatore negli ambienti medici delle tossicodipendenze, ed abbiamo cercato di caprine di più. Ecco cosa ci ha detto.

Quando ero un bambino a scuola mi dicevano di stare attento perché fuori da scuola ci potevano essere delle strane persone che distribuivano dei francobolli intrisi di LSD per trasformare i bambini in tossicodipendenti e iniziarli al mondo della droga. Ci credevamo tutti, i nostri genitori per primi. Un sua riflessione su questo punto che può aiutarci ad introdurre la nostra intervista?

Anche i miei genitori credevano a questa favola, dato che le loro”conoscenze” in materia di droghe erano quelle elargite dai media di quei tempi. Che si trattasse di una favola è evidente, sia perché non mi risulta che le forze dell’ordine abbiano mai trovato qualcuno di questi “orchi neri” in carne e ossa, sia perché non sarebbe stato possibile trovarlo, dato che l’LSD non induce dipendenza.

Al contrario di quanto diffuso da una certa propaganda dei decenni passati e ancora attuale in alcuni ambienti, che tende a raccogliere tutte le sostanze psicoattive internamente a un medesimo cliché “drogofobico” che prevede l’iniezione della droga, dipendenza, overdose e conseguente morte della povera vittima di brutte compagnie, non tutte le droghe inducono dipendenza, anzi, vi sono droghe che possono aiutare a uscire dalle dipendenze da altre droghe.

E’ proprio il caso dei malamente chiamati “allucinogeni”, quali l’LSD, la psilocibina e l’ibogaina, che recentemente sono sempre più rivalutati e impiegati come agenti terapeutici nel trattamento delle dipendenze da eroina, cocaina e alcol.

Una rivalutazione e un impiego clinico che non riesce a raggiungere gli ambienti medici italiani, così ancora imbavagliati da rigidi protocolli ministeriali e distratti dall’interminabile disputa metadone-non metadone; una disputa più di natura più demagogica che francamente scientifica.

Lei ha scritto un libro, ripubblicato recentemente in versione totalmente aggiornata, intitolato ‘Animali che si drogano’. Cosa ci può dire dell’uso che viene fatto in natura, e per natura intendo tutte le altre specie viventi non umane, di queste sostanze?

La questione degli animali che intenzionalmente si drogano in natura, al di fuori di qualunque influenza umana, è sorprendente e coinvolge le più disparate specie, dai mammiferi agli uccelli, agli insetti. Le osservazioni etologiche parlano chiaro, nonostante sia ancora diffuso un certo imbarazzo e difficoltà d’accettazione fra i medesimi etologi.

Il compianto Giorgio Celli, etologo di fama nazionale, mi espresse l’opinione che solamente la prossima generazione di etologi sarebbe stata in grado di affrontare questo importante capitolo del comportamento animale con maggiore libertà da quei ferrei postulati cattedratici di stampo behaviorista, che vedono gli animali privi di una qualunque forma di pensiero, di coscienza, e quindi di modificazione della coscienza.

Siamo ancora lontani da una risposta scientifica adeguatamente strutturata del perché gli animali si droghino, ma possiamo esser certi che non si drogano “perché stanno male”, “per frustrazione”, o per qualunque di quei motivi che la psicologia è solita individuare negli uomini.

Da una prima generale osservazione, alcuni studiosi, fra cui mi includo, sospettano che l’uso animale delle droghe possa svolgere una qualche funzione di carattere adattivo oppure evolutivo, e che risulti utile, se non addirittura necessario.

Ciò ci pone di fronte al riconoscimento di un aspetto fenomenologico delle droghe, ben distinto da quel paradigma che vede la droga e il “problema droga” identificarsi, e che ha regnato incontrastato nell’ideologia del XX secolo; quella medesima ideologia che voleva vedere una “purezza” animale nei confronti degli “sporchi” comportamenti umani quali il drogarsi o l’omosessualità, e che al contempo negava la possibilità animale di curarsi, di provare piacere e dolore, e di avere una coscienza, e che gli studi etologici hanno dimostrato essere concetti errati e antropocentrici.

Per quanto riguarda l’“animale” uomo, per il quale i suoi comportamenti, anche quelli primari quali la nutrizione e la riproduzione, sono mediati dalla cultura, individuata una componente naturale nell’impulso a drogarsi, i problemi legati all’uso umano delle droghe sono da individuare nella componente culturale che media questo comportamento: il “fenomeno droga” è un fenomeno naturale, mentre il “problema droga” è un problema culturale.

Ayahuasca e DMT (Dimetiltriptammina) sono due nomi molto ricorrenti in questi ultimi anni nel campo delle sostanze allucinogene, in molti le considerano assolutamente speciali. Cosa differenzia la DMT dalle altre sostanze allucinogene?

Una primissima differenza fra DMT e altri allucinogeni è contestuale: c’è la moda della DMT e dell’ayahuasca in questi ultimi anni. Una moda che investe fasce sociali che vanno ben oltre l’area delle persone di cultura psichedelica – il classico e storico ambiente per un determinato tipo di esperienze “altre”, di “allargamento della coscienza” – e che è in parte dovuta a una certa legalità dell’ayahuasca, o forse meglio a una “zona d’ombra” dei suoi aspetti legali nei paesi di cultura occidentale.

Inoltre, la DMT parrebbe essere l’unico potente allucinogeno naturale endogeno, cioè prodotto dal corpo umano, nel quale sembrerebbe svolgere funzioni molto importanti, fra cui il ruolo di neuromediatore in determinati circuiti neuronali.

Anche l’attività onirica potrebbe essere indotta dall’attività allucinogena della DMT con sede nella ghiandola pineale, così come, la DMT potrebbe essere coinvolta nelle manifestazioni più “estreme” delle nostre manifestazioni vitali, dalla nascita alla meditazione profonda, agli eventi psicotici, alle esperienze di pre-morte, e perfino alla nostra morte.

Dai risultati di un recente studio farmacologico, si è giunti a sospettare che durante un evento di agonia fisica, quale un arresto cardio-respiratorio, i polmoni – organi con funzione anche ghiandolare –, permettano la sintesi di grandi quantità di DMT, le quali verrebbero trasportate verso il sistema nervoso centrale. Tale iper-produzione di DMT è interpretata dai farmacologi come un estremo tentativo di protezione delle funzioni cerebrali. Pur tenendo conto di questa visione, dettata dalla formazione o deformazione professionale medica, non è da escludere che tale iper-produzione di DMT in un siffatto frangente possa svolgere funzioni che vadano al di la dei tentativi di sopravvivenza, riguardando il medesimo processo tanatologico.

Per tutto ciò, v’è chi ha definito la DMT come la “molecola dello spirito”, sebbene in maniera a mio avviso un po’ troppo new-age e superficiale. E’ tuttavia assai probabile che gli studi neurologici su questa molecola, facilitati dalla nuova permissività in materia di impieghi degli allucinogeni nella farmacologia e nella clinica umana, ci porteranno presto all’acquisizione di tasselli cognitivi importanti per la comprensione e la terapia di tutto un insieme di malattie mentali, così come dei meccanismi di formazione delle visioni mistiche e del medesimo “allargamento della coscienza” così tanto riportato dalla cultura psichedelica.

Chi ha provato la Dimetiltriptammina racconta esperienze molto simili a quelle di altri che hanno usato la stessa sostanza, A volte i punti di contatto dei racconti sono davvero al limite dell’incredibile. Perché, secondo lei, le esperienze sono così simili? Forse perché si viene davvero a contatto con realtà normalmente inaccessibili ma esistenti, oppure mi sto addentrando nella fantascienza?

La fantascienza a volte è il rotolo di tappeto su cui procede nei suoi futuri passi la scienza, così come la realtà potrebbe non essere per come la vediamo, bensì per come la pensiamo, stando a un detto sufi.

Resta il fatto che oggigiorno con la DMT non si vedono più la Montagna Sacra, l’Albero Cosmico, l’Utero Universale: queste sono ormai  visioni archetipe da ospizi psichedelici, ricordi memorabili di quei giovani ora vecchietti che, come disegnato sarcasticamente in una vignetta che circola su facebook, continuano a scannarsi sulle loro sedie a rotelle dai due lati della dicotomia ideologico-culturale Beatles/Rolling Stones.

Ogni era ha il suo tipo di visioni, ed è pur vero che anche con i funghi e con l’LSD si potevano incontrare “entità sideree”, ma il revisionismo drogologico calpesta il passato in un batter d’occhio, incluso quello psichedelico.

La DMT è la molecola del momento, con i suoi “esseri-DMT”, che si riuscirebbero a contattare attraverso la tecnica dell’inalazione dei suoi vapori: un’esperienza di breve durata in termini di tempo d’orologio, in realtà un’esperienza di picco che può durare infiniti attimi in altri mondi percettivi, e che è denominata breakthrough dai DMT-nauti.

Questi enigmatici “esseri-DMT”, che ho analizzato in maniera approfondita mediante interviste con gli sperimentatori di DMT, sembrano avere una forte variabilità nell’aspetto, da esseri umanoidi a insetti robotici, a mini-mostriciattoli simili alle figure dei Lego, e molti li percepiscono come degli alieni più o meno biologici o più o meno meccanizzati, tutti comunque intelligenti, “superiori”.

Ciò che più mi lascia perplesso, riguarda diverse figure professionali che hanno avuto occasione di fare l’esperienza con la DMT – da medici a psichiatri, da chimici cattedratici a direttori di istituti di credito –, che mi hanno confessato la convinzione nella realtà degli esseri DMT che hanno incontrato nel corso dei loro “viaggi siderali”.

È come se fosse troppo facile, o troppo difficile, sbolognare gli esseri-DMT come frutto di una banale allucinazione, e devo confessare che personalmente sono ancora titubante nel formulare un implacabile giudizio “scientificamente perentorio” e rassicurante.

C’è chi sostiene, e qui riferisco solamente quanto si sente e si legge ma chiedo un suo parere, che le droghe allucinogene siano in grado di ‘aprire porte’ nella mente che si preferirebbe non venissero aperte. Di qui il divieto spesso giustificato con i rischi per la salute di queste sostanze. La sua opinione?

C’è sempre chi preferirebbe non aprire porte, soprattutto quelle altrui, ma le porte sono fatte per essere aperte, altrimenti non esisterebbero. Si può al massimo disquisire sul tipo di tecnica con cui aprire queste porte “della percezione”, e in questa valutazione non si deve dimenticare che la tecnica dell’assunzione di vegetali psicoattivi accompagna l’uomo da lunga data, sicuramente dai suoi periodi preistorici, come ben evidenziato dalla documentazione archeologica.

Riguardo i rischi per la salute, senza volerli assolutamente sottovalutare, dato che non sono un irresponsabile, ho l’impressione che in diversi casi siano stati sopravalutati, per motivi di interesse demagogico o di pigra ignoranza.

Indicativo a tal riguardo sono le recentissime ricerche neurologiche in cui vengono somministrati elevati dosaggi di LSD a soggetti umani sani volontari; ricerche che stanno godendo del cambio di paradigma etico che vede le droghe utili e non solo dannose, ad esempio utili per la ricerca scientifica.

Orbene, in questi nuovi studi non viene fatta la minima menzione alla mole di ricerche pubblicate negli anni ’60 e ’70 nelle più prestigiose riviste scientifiche, che “dimostravano” la neurotossicità e teratogenicità dell’LSD; e se non ne viene fatta menzione, significa che i loro risultati (del tipo “l’LSD brucia le cellule nervose”) non sono oggigiorno considerati validi, con un implicito riferimento al potenziale demagogico di quelle ricerche, che servirono per mettere fuori legge l’LSD, e che ricorda l’invenzione nei medesimi anni di quegli “orchi neri” che davanti alle scuole regalavano caramelle di LSD per creare improbabili dipendenze.

Vorrei fosse chiaro che ciò che sto qui difendendo non è l’abuso delle droghe, bensì l’importanza della possibilità del loro impiego nella ricerca scientifica; una possibilità che ha risentito notevolmente nei decenni passati della paura dell’“orco nero”.

A tal riguardo è opportuno ricordare come il nuovo cambio di paradigma etico di questi ultimissimi anni stia permettendo l’elaborazione di nuove promettenti terapie a base di molecole allucinogene e del loro potenziale di “aprire porte” nel trattamento dei disturbi depressivi, traumatici, sessuali, così come nelle tossicodipendenze.

Sta per uscire un suo nuovo libro dal titolo “Jurema. La pianta visionaria. Dal Brasile alla psiconautica di frontiera”, cosa ci può anticipare sui contenuti di questa nuova pubblicazione?

In questo libro espongo uno studio sulla più potente fonte di DMT che si conosca, una pianta del genere Mimosa che cresce nelle Americhe. Oltre a essere impiegata in riti religiosi tradizionali brasiliani chiamati Culti del Jurema, attraverso i canali dell’ormai inseparabile globalizzazione la conoscenza di questa pianta si è diffusa in tutti i continenti, sino a raggiungere l’ambiente occidentale degli psiconauti, cioè quegli individui “figli” della cultura psichedelica, che si cimentano in esperienze con piante e sostanze psicoattive per motivi di conoscenza, e non tanto per lo “sballo” fine a se stesso.

A differenza della figura dello psichedelico, che aveva scarse o medie conoscenze, più di tipo “mitologico”, delle sostanze che assumeva, lo psiconauta possiede un livello alquanto elevato di conoscenza delle droghe, basata sulla ricerca e studio di documentazione scientifica specialistica.

Ed è proprio il fenomeno della psiconautica che affronto nel mio libro, in particolare ciò che ho definito come “psiconautica di frontiera”, la quale si occupa dell’auto-sperimentazione delle nuove droghe, includendo anche le nuove combinazioni di droghe.

Se da un lato la ricerca psiconautica si avvale continuamente dei nuovi risultati dell’indagine scientifica, anche quest’ultima sta iniziando ad avvalersi dei risultati delle sperimentazioni psicoanutiche.

Sono sempre più numerosi gli studi dell’ambiente accademico che monitorizzano il mondo psiconautico, e il motivo non è unicamente quello del controllo e della repressione dell’uso delle droghe, ma risiede anche nell’acquisizione di una serie di dati aneddotici, utili per quelle equipe scientifiche la cui ricerca è limitata da leggi, protocolli e principi etici che riducono il potenziale di studi dell’azione delle droghe sul sistema mente/corpo umano.

Al contrario, lo psiconauta è libero di sperimentare sulla sua pelle ciò che vuole, e alcune recenti acquisizioni nella neuro- e psicofarmacologia sono debitrici nei confronti del temerario lavoro pionieristico degli psiconauti (inclusi i loro errori).

E’ un fenomeno particolare quello della psiconautica, che merita un’osservazione libera da pregiudizi e moralismi per poter essere compreso nella sua essenza; ed è ciò che spero di avere almeno in parte raggiunto con il mio ultimo libro.

Ringraziamo il Dott. Giorgio Samorini per l’intervista. Per seguire il Dott. Samorini online:

www.samorini.it
facebook: Giorgio Samorini

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